Il deserto: quello spazio ignoto da attraversare

Ad un certo punto entriamo in un luogo del nostro animo arido e deserto. In questo luogo non c’è voglia alcuna di interagire con il mondo esterno; nessuna voglia di essere brillanti o entusiasti o gioiosi. Qualsiasi cosa si discosta dalla condizione desertica ci sembra inappropriata e inutilmente chiassosa. Nel deserto facciamo pulizia e silenzio. Scopriamo oasi insospettabili.

E quando il sorriso dell’animo torna a scaldarci, ci trova sfrondati di pesi inutili. Più integri, più diretti, più leggeri e pronti a muoverci di nuovo nel mondo, fino al prossimo ciclo di eliminazione e creazione.

La ciclicità della vita è saggia e magica.

Cosa ci rende allora miserabile l’esperienza del deserto? Il pensiero che in qualche modo il deserto sia “male”, “pericoloso”, “spaventoso”.

deserto ignoto

In ogni storia o racconto mistico che io conosca, ad un certo punto, il personaggio principale o il profeta, o il figlio di Dio, si trova ad attraversare una condizione più o meno metaforica di deserto. Quando qualcosa ritorna ciclicamente in storie, momenti, testi sacri puntando il nostro sguardo seppur con parole diverse nella stessa direzione, possiamo ben dire che l’insegnamento parla a noi come esseri umani in quella parte del nostro animo che noi sappiamo essere simile a chiunque altro sulla faccia di questa terra.

Il deserto ritorna nella nostra vita ciclicamente e una volta visto per ciò che è, smette di spaventarci. Allora ci addentriamo in esso e scopriamo quanto potente sia il nulla intorno a noi una volta che ne vediamo anche l’altro aspetto: uno spazio di infinita creazione, senza limiti.

C.G.